sabato, aprile 22, 2006

Far away

Sono già molto lontano
...troppo,
ma mi sento come
aver appena varcato la porta di casa.

mercoledì, marzo 29, 2006

PERCHE'?

"...lo vedevo disperato; capivo che voleva scrivere qualcosa, solo per il gusto di vedere nero su bianco, solo per vedere che un altro pomeriggio della sua vita non sarebbe andato sprecato.
Forse non voleva scrivere niente di originale, resta il fatto che mi guardava insistentemente, quasi cercasse in me l'ispirazione; capii al volo che mi aspettava un duro pomeriggio.
Era novembre ed il freddo e gli anni si sommavano ai miei dolori artritici, i tasti erano tutti indolenziti, facevo persino fatica a spostare il carrello, avevo inutilmente sperato di trascorrere i miei ultimi giorni in un negozio di antiquariato, magari dove lavorava mio figlio, un nuovissimo registratore di cassa; tutto era però ora lontano, mi trovavo alla mercè di un maniaco che non si accorgeva mai di dover andare a capo, toccava allora a me ricordarglielo ma il mio campanello era ormai stremato e ad ogni riga io prendevo dei colpi tremendi.
Quel giorno non so cosa mi prese ma non ce la feci più e decisi di rompere il giuramento che accomuna noi macchine da scrivere, e con esso il silenzio.
VUOI SMETTERLA DI BATTERMI COSI4 (nella foga e nell'eccitazione dimenticai di abbassarmi) 'FORTE?

Per nulla sorpreso mi rispose di perdonarlo ma aveva dei grossi problemi e non riusciva a parlare con nessuno e per questo era molto nervoso.
Scrissi di nuovo, VORREI AIUTARTI SE FOSSE POSSIBILE; contro i miei pronostici mi raccontò la sua storia ed io feci altrettanto.
Vorrei tanto scrivere ed essere capito, disse, raccontare le mie idee ed essere ascoltato, narrare i miei progetti ed essere seguito;
SAI QUANTE PAROLE ABBIAMO STAMPATO NOI,scrissi, QUANTI PENSIERI DI PERSONAGGI ILLUSTRI, SOLO NOI LE ABBIAMO REALMENTE CAPITE; SAI QUANTI STUPENDI DESIDERI DI CAMBIAMENTO ABBIAMO IMPRESSO SULLA CARTA, E LI' SONO RIMASTI, E SOLO LEI LI HA SEGUITI; SAI DI QUANTI AMORI, SOGNI, SEGRETI SIAMO STATE TESTIMONI, QUANTE PAROLE SCRITTE COL NOSTRO SANGUE GIACCIONO AMMUCCHIATE NEL DIMENTICATOIO CON I LIBRI CHE LE CONTENGONO, O SUL TAVOLO DI STUDIO DI QUALCHE STUDENTELLO PREOCCUPATO DI RICORDARSENE IL PIU' POSSIBILE PER BEN FIGURARE ALL'ESAME?.
Tacque.
-Perchè?- mi chiese e lo scrisse su di un foglio per non dimenticare mai più quella santa parola: PERCHE'?, scrissi io quasi facendogli da eco.

venerdì, marzo 10, 2006

Epilogo

EPILOGO Credetemi, non mi spiegherò mai perchè nessuno si preoccupò di ritrovare Chet, nemmeno il reverendo Abhramson. La sua scomparsa condusse con sè anche tutti i ricordi che ognuno aveva di Jeremia, quasi non fosse mai esistito. Rivolgo un appello a chiunque avesse avuto la fortunata occasione di incontrarlo : scrivetemi. In caso contrario mi rimangono due ipotesi, come mi confermò un compagno di bevute. 1 - Chet apparteneva all'immaginario collettivo di quella comunità del sud che decise di cancellarlo una domenica mattina dopo un sermone del reverendo Cornelius Abhramson, oppure quell'intera cittadina apparteneva all'immaginario di Jeremia Hutto, Chet, che non fece altro che pensarli esattamente come lui li poteva vedere : ciechi. 2 - Chet l'ho immaginato solamente io, oppure Chet sta ancora immaginando...me. E' meglio che non continui di questo passo, che ne dite, potrei non arrivare in tempo a concludere il racconto !

lunedì, febbraio 13, 2006

Salmo 39 CAPITOLO SECONDO

CAPITOLO II° - L'uomo è simile ad un soffio di vento, i suoi dì son come ombra che passa.- Il reverendo Abhramson stava conducendo un sermone sul suo argomento preferito: la nullità dell'uomo e delle sue speranze, delle sue illusioni che lo spingono a vivere come "...un negro selvaggio", così era solito dire. - Alleluja ! Alleluja ! - si animava ora l'uditorio, come alle feste nel fienile del maniscalco Higgins, dopo che le prime coppie hanno timidamente occupato lo spazio sotto la botola del granaio, alla luce della grande lanterna sospesa sopra di loro, e iniziano a danzare. - Si, è così...amen ! - ripete Chet, ora anch'egli coinvolto dall'atmosfera di maggior partecipazione, e che considerava queste lezioni di umanità come l'opportunità, concessagli da Dio in persona, per entrare in paradiso dalla porta principale. Era questo il momento in cui padre Cornelius, dalle alte vette delle Scritture, scendeva nelle strade polverose di quella cittadina della Georgia, nei campi di arachidi, tra i commercianti ed i raccoglitori, impegnati a difendere ogni centesimo del loro lavoro, tra il sudore degli operai della ferrovia, nei salotti delle donne bianche intente a consumare té, pasticcini e infamie, dovunque vi fosse un uomo ancora da convertire, per scagliare le sue invettive contro chiunque meritasse il castigo divino. - Levati, o giudice del mondo, rendi ai protervi la loro mercede. Fino a quando gli empi, o Signore, fino a quando gli empi trionferanno ? A gran voce diran insolenze e si daran vanto i malfattori ? -. Seguiva un -...e così sia...- dell'assemblea, carico di attesa per i prossimi minuti, quasi che Dio stesso volesse in quel momento esaudire le richieste di quell'uomo che in fondo si dichiarava suo servitore. Jeremia non riusciva mai a comprendere a fondo cosa volessero dire queste parole, sebbene gli incutessero tanto timore quanto un termine che il reverendo pronunciava con vigore profetico : "Illusione !". - Cos'ha accumulato Stochton nel suo retro bottega ? Illusioni... E il signor Highman nella sua banca ? Illusioni... E Parker, cosa c'è nella sua miniera ? Illusioni... James Duncan - e lo indicava tra i presenti, - ...cosa ci porterà la ferrovia che state costruendo ? Illusioni... Signora Bishop, e suo marito, cosa ci promette nei suoi comizi ?... Tom, Tom Bolton, cosa ti darà quest'anno il tuo campo ? Illusioni...- - O Signore, guarda il tuo gregge, smarrito nel bosco, travolto dal fiume, caduto dalla chiatta, disarcionato da cavallo, tremante nella miniera. Beato l'uomo che tu guidi, o Dio, che tu addestri nella tua Legge ! - Ad un cenno il coro intonò : - Tornerà la Giustizia nei giudizi; la seguiranno tutti i retti di cuore -. Mentre suonava Chet si ricordò di un giorno in cui il reverendo gli confidò che l'illusione è come il wisky, fa vedere al marito un altro uomo nel letto della sua donna, fa credere al vecchio Red Stockwell di essere vicino a scavare il più ricco filone d'oro, fa pensare a Ed Burke di avere più fegato di quello che ha. - Solo tu, o Signore, puoi salvarci ora, e per questo ti preghiamo. Solo tu esisti, tutto il resto è illusione...ascoltaci o Dio ! - Nell'istante di silenzio che seguì, Chet pensò a come avrebbe voluto credere nelle parole che aveva udito; ricordò la voce del "Cugino Gail" (così si faceva chiamare), ma soprattutto il suo bastone che si infrangeva sulla sua schiena di ragazzo, lo odiò come non lo aveva mai odiato prima, pensò a lui come un'illusione e desiderò cancellarlo dal suo passato e dalla sua mente. In un cimitero della Luisiana, sotto un palmo di terra, in una fradicia cassa d'acero, una salma scomparve. Era quella di Richard Gail, morto il 30 settembre del 1927. Jeremia Hutto pensò al Colonnello Harris che gli fece amputare il piede perchè una sera, a causa della sua cecità, lo aveva urtato. Finì per portare a termine la sua vendetta uccidendolo mentalmente e cacciandolo dai suoi ricordi come non fosse mai esistito. Inutile dirvi cosa successe in quell'istante in un accampamento militare vicino a Fort Knee, Connecticut. Jeremia pensò a tutte quelle facce che gli stavano davanti, lì oltre la staccionata di legno, coloro verso i quali si riversava la rabbia di padre Abhramson, desiderò dargli un nuovo gregge, più fedele e timorato di Dio. Pensò al reverendo, a quel "wisky" che lo illudeva di riuscire a scrollare di dosso la polvere di cent'anni che ricopriva quella cittadina. Il reverendo Abhramson portava davanti a sè la sua illusione, e Chet pensò anche a lui come l'illusione più misericordiosa della sua vita. Di colpo Jeremia Hutto si accorse del silenzio che lo circondava, percepiva intorno a sè solo le bianche pareti di legno della chiesa...vuota. Come premendo un dito fuori posto nell'esecuzione di un accordo sul suo organo, Chet si rese conto della dissonanza; poichè se tutto ciò che lo aveva circondato era un'illusione svanita nell'attimo in cui egli aveva dubitato, quale motivo vi era perchè lui stesso non fosse.....un illusione ? -...Andate in pace, Fratelli,...la messa è finita !- disse il reverendo Abhramson, ma nell'uscire dalla chiesa tutti si accorsero che il coro cantava da solo l'inno finale, l'organo di Chet era muto, come se lui, inosservato, avesse lasciato il suo posto per un improvviso malore.

domenica, gennaio 29, 2006

Salmo 39 Capitolo Primo

CAPITOLO I° - ...Baderò ai fatti miei, per non peccare con la mia lingua. Porrò un bavaglio alla mia bocca sino a che l'empio mi stia davanti...-. Il reverendo Cornelius Abhramson tuonò contro il suo gregge di anime, pronunciando con un tono ammonitore queste parole, all'inizio di uno dei suoi sermoni domenicali, in grado di raggelare il sangue anche al più miscredente e nero raccoglitore di arachidi della calda contea di Brownsville, Georgia. Jeremia Hutto, detto "Chet", non fece nemmeno in tempo a concludere l'accordo sull'organo, ripose in fretta il foglio con le parole di "Save me, Lord !", che teneva dinnanzi solo per impegnare un po' di tempo nel riporlo; non era infatti in grado di vederlo poichè era cieco dalla nascita, ma anche se l'avesse visto, non era in grado di leggerlo poichè nessuno si era mai preso l'affanno di dirgli che a quello serviva. Il coro stava terminando di sistemarsi nel bancone di fianco all'altare ed ancora risuonava l'eco del canto che, da quella piccola chiesa metodista, si era innalzato sino a Dio; la voce di Celia, la figlia del reverendo, si attardava nella mente di Chet mentre, come sempre, cercava di prestare tutta la sua attenzione al fiume di saggezza che straripava dalla bocca del reverendo Abhramson. Poche delle parole che Chet raccoglieva, come se gli venissero scagliate contro, assumevano un significato preciso nella sua testa, ma quell'inconsistenza e quei vuoti venivano prontamente colmati dall'inattaccabile convinzione che, proprio per tal motivo, la loro oscurità era almeno pari alla incontestabile verità di cui erano portatrici. -...Me ne stetti muto nella sventura, ma si esasperò il mio dolore...-, continuò a predicare, offuscando ancor più il suo sguardo, se ciò era possibile, e Jeremia piegandosi sulla parola "..muto", che aveva udito più distintamente delle altre, considerò la sua cecità contemplata in quelle sventure di cui credeva narrasse il reverendo, e ritenendosi coinvolto nell'omelia e quindi nell'attenzione del Signore, prestò orecchio come non mai a ciò che stava per udire. -...Fammi noto, Signore, il mio destino, la misura dei giorni miei quale sia,...- e dopo un'interminabile pausa, durante la quale il pastore trafisse con lo sguardo ad uno ad uno i presenti, concluse: -...perch'io sappia quanto son caduco.- Nel profondo silenzio che seguì, quasi si riusciva a sentire lo sforzo mentale di ogni fedele che, all'unisono con l'intera assemblea, di colpo divenuta conscia del suo peccato, tentava di allontanare ogni pensiero o desiderio che potesse nascondere la consapevolezza della propria mortalità. Certamente non tutti seppero interpretare quella sacra citazione dal libro dei Salmi, considerando che il termine "caduco" non poteva certo far parte del vocabolario del signor Simmons, il becchino, o di Miss Dizzy Laporte, la conduttrice della casa...in fondo al viale, o di "Asso" Bercison, il giocatore d'azzardo, o infine del sindaco Bishop, ma anche per questi signori la parola assunse un tono familiare, come se, in fondo, appartenesse anche al loro mestiere. - Ebbene, o Signore, disponi di me come ti piace, poichè io sono il tuo servo...-, pronunciò con enfasi innalzando la braccia verso la volta della chiesa. - Alleluja ! Alleluja ! - accennò in risposta Sarah Travis, che, se la facilità nel raggiungere i toni più acuti cantando nel coro, fosse segno di un'anima maggiormente timorata di Dio, si potrebbe annoverarla tra le signore bene più devote della cittadina, sebbene sia troppo amica di Miss Dizzy, come qualcuno mormora. - Si, alleluja ! - fecero eco alcune voci dal fondo dell'assemblea, tra le quali non fu facile riconoscerne i rispettivi proprietari, come tentarono di fare le donne in prima fila. -...E così sia ! - accompagnò sotto voce, quasi ripetendolo mentalmente, Chet, dal suo angolo nella penombra. Si sa che il tono di un'esclamazione è fedele testimone di quanto si trattiene dentro più che di ciò che viene esternato, e ciò consentirebbe al reverendo Abhramson di misurare il grado di devozione dei fedeli che avevano in quel momento parlato, facendo giustizia di un primato soltanto cronologico. Ma che Jeremia fosse uno dei presenti più devoti, non c'era affatto bisogno di renderlo pubblico, poichè la sua devozione aveva origine in un atto di riconoscimento che è più frequente tra coloro che hanno sperimentato la "servitù" terrena che tra quelli che agognano a quella ultraterrena. Di padroni, infatti, Chet non ne aveva avuto uno, bensì almeno venti, tante quante erano le "ospiti" di Miss Cynthia Gordon, la proprietaria del "Red River", il bordello di lusso giù a Columbus, dove, gli dissero, una sera alla fine del secolo, era nato. Di giorno si affaticava nel rendere il più confortevole possibile la permanenza delle ospiti, preparando colazioni alla maniera del Sud, con pane di granturco caldo, pollo fritto, prosciutto, caffè, latte e burro, di notte intratteneva gli impazienti e gli indecisi, gli occasionali e gli innominabili, ma tutti distinti frequentatori, ora solleticando, ora martellando sul pianoforte nell'ingresso, il più "solido" blues che si fosse mai sentito. Quelli che, grazie alle loro abitudini, ebbero modo di ascoltarlo, giurano che Chet suonasse quella "musica del diavolo" in maniera davvero...divina. Come per il resto degli abitanti di quella casa, il talento che ognuno dimostrava possedere nel suo "ramo", aveva un'origine inequivocabilmente legata alla personale natura, e ciò consentiva a tutti di non dover ringraziare nessun altro se non le rispettive madri. Sebbene Chet non sapesse a chi dover essere riconoscente, il fatto di avere non una ma venti madri, gli era più che sufficiente. Ora aveva anche un padre, (o qualcosa del genere), un uomo saggio ed austero, che, come ogni buon padre dovrebbe fare, lo strappò dalle gonne di queste "genitrici" troppo disposte a lasciarle cadere, poichè l'educazione di un uomo non è cosa da madre. Due settimane dopo che incendiarono il "Red River", il reverendo Abhramson, infatti, lo raccolse nella prigione della contea, dove era finito per vagabondaggio e ubriachezza molesta. La sua educazione la riceveva ora, dopo sessantaquattro anni in cui la sua cecità gli aveva aperto tante porte nel mondo "di dentro", almeno quante gliene aveva chiuse verso il mondo "di fuori".

domenica, gennaio 22, 2006

Incipit comediae

SCENA: aperta campagna; su un sasso, vicino ad un fosso, avvolta in uno scialle, sta seduta la morte; per il sentiero, raccogliendo fiori, avanza la vita. Sullo sfondo una fattoria e un bosco di betulle avvolti nella nebbia.

VITA: Ehilà! Comare Morte; ti veggo abbattuta, che ti successe?
MORTE: Lascia perdere sorella Vita, continua per la tua strada 'che non potresti capire.
VITA: Che dici? Ti prego racconta!
MORTE: Come puoi capire tu che niuno ti teme; niuno fugge quandi t'incontra per strada, niuno si duole d'averti vista?
VITA: Oh! sorella come sei lontana dal vero; niuno mi teme, ma niuno mi ama. Niuno fugge, ma niuno mi corre incontro; Niuno si duole, ma niuno si rallegra d'avermi vista per strada.
MORTE: Perchè dunque l'uomo urla di dolore quando lo sfioro e piange quando lo accarezzo, non gli porto forse io la pace eterna? Non lo distolgo forse da altri mali e altri dolori che tu gli dispensi?
VITA:...e perchè sorella, l'uomo geme quando lo abbraccio e lo irroro di luce e verità, non gli porto forse io un messaggio di pace e amore?
MORTE: L'uomo ti invoca quando gli sono vicino, ti brama quando gli tendo la mano. Egli ti vuole per sè, ti cerca nel mio scialle ed io mi rattristo.
VITA: L'uomo ti supplica e ti desidera quando gli indico la via. Egli ti vuole per gli altri, ti cerca nel mio petto ed io mi rattristo.
MORTE: Ognuno ti chiama quando vuole un figlio, ti invita alla sua grande festa...
VITA: (la interrompe...arrabbiata)... ognuno ti chiama quando il figlio lo uccide prima che nasca, quando decide di mandarlo al fronte, quando...(piange...)... quanto è ingiusta la gente con te quando ti vuole sostituire, quando ti desidera ai suoi ordini.
MORTE: Pure con te è ingiusta sorella, quando si burla del tuo amore e lo calpesta come calpesta un fiore...(silenzio)...Forse...forse siamo più simili di quanto l'uomo creda; in fondo siamo figlie di mastro Foco, simbolo dell'amore e dell'odio, della passione e dell'orrore.
VITA: L'uomo non ci viene a cercare nelle vie del paese, egli ormai da tempo trascorre il dì e la notte dentro la casa in fondo al viale, dentro il letto di un'altra donna, di una prostituta: madonna PAURA.
MORTE: Ecco sorella! Uno di loro viene verso di noi; è un contadino che riede dai campi ed ha la schiena curva come colui che è abituato a portare grossi pesi.

(...gli si fanno entrambe incontro e lo interrogano).

MORTE: Che cosa temi, buon uomo, più di ogni altra cosa al mondo? Cosa ti fa accapponare la pelle al solo pensiero?
PRIMUS: La morte, certo! Signora, la morte, ch'al sol parlar ne rabbrividisco.
VITA:...(interrompendolo)...e...la vita?
PRIMUS: (fa il gesto di andarsene, si ferma, poi s'incammina di nuovo)...meglio non pensarci, signora, altrimenti mi ammazzo!.

(....e svanisce nella nebbia).

giovedì, gennaio 12, 2006

La farfalla

Le ali di una farfalla
sono troppo deboli
per sostenere una testa
piena di pregiudizi.
Ma anche se riuscissero
a tenerla su, a fatica,
saresti trascinato giù
da un retino,
saresti adescato da un fiore giallo
e poi spruzzato di polvere
insetticida.
Potrai dirti fortunato
se finirai i tuoi giorni
in una collezione,
e il tuo valore
sarà calcolato in base
alle difficoltà superate
per catturare i tuoi colori,
proprio quelli
che rubasti al sole,
rischiando di bruciarti le ali
troppe volte...

martedì, gennaio 03, 2006

Deserti sentieri di polverina

Svanita nel fumo,
nel bianco accecante,
la speranza d'un tempo
ridotta in polvere.

Strade deserte del cuore,
colme di ragioni
per viaggi quotidiani
da fabbriche abbandonate
a giardini artificiali.

Deserti sentieri di polvere,
giovani agnelli brucano
erbe macchiate di sangue,
consumando una tragedia
in immagine poetica.

C'era una volta un bivio,
ma è passato:
Non guardo più nemmeno dal finestrino
della mia vecchia auto
che non è più di moda, (come me...)

Senza benzina, in mezzo al prato,
sotto l'erba alta
si moltiplicano i sentieri
in migliaia di bivii.

Sulla strada maestra
calpesti l'asfalto
trascinato dalla folla
finchè non inciampi;
in fondo alla fila,
nei giorni di sole,
si intravedono strade

che da quella maestra ai deserti sentieri,
portano i bianchi fumi
per chi non vuol volare... troppo lontano.

venerdì, dicembre 30, 2005

regalo


mi regalo l'antipixel, malinconico.

venerdì, dicembre 23, 2005

Soldato senza nome

Donna...
Hai perso il senso della battaglia,
soldato senza nome.

Soldato...
In una notte di rumori
sparare al silenzio,
solo echi che bruciano nella tua testa.

Donna...
Sulla targhetta un nome,
non è il tuo;
Così ti chiamano i soldati,
un nome da uomini.

Donna...
Grida un nome senza senso,
fredda canna di fucile nella gola,
Liz, nella tua gola.

Soldato...
Avrai un vero nemico,
non accetterà più i tuoi nomi
e le tue armi;
Non più solo degli uomini il mondo.

Donna...
Che senso avrà ormai dire donna?

martedì, dicembre 13, 2005

La rivoluzione della speranza

La verità appartiene...
...appartiene a chi grida di più!
Chi ha l'udito fine
detesta gli urlatori.

Parla e canta
sottovoce, amoreeeeeeeeee
intorno a noi
già si raccolgono
coloro che vogliono ascoltare
e non essere assordati,
ascoltare,
penetrare il battito del cuore,
non la verità:

Il battito del cuore...
...non la verità!

venerdì, dicembre 02, 2005

Frontiere

(parte prima)

Il sole soltanto, l'imperatore degli astri,
come il commovente cercatore d'oro
laggiù al fiume dei sogni,
estrae la nostra origine nebulosa
dal fango dei nostri occhi,
orbite di globi spenti,
l'ombra essenziale
che ci trasciniamo dietro
verso il folle impatto
contro lo specchio ingannatore,
di pregievole fattura,
che separa le stanze del nostro carrozzone da circo.

(parte seconda)

L'alito caldo e ingenuo
sulle finestre invernali
e il dito tremante che ridisegna la realtà celata.

martedì, novembre 22, 2005

Primus et Secundus

I. Dio ha forse più bisogno dell'uomo di quanto l'uomo lo abbia di Dio; la decantata "volontà divina" sembra più che mai condizionata dai bisogni umani.

II. L'uomo vive "senza " Dio: non sono altrettanto convinto che lo possa fare Dio senza l'uomo.

III. Il Dio: o meglio il dio che conosco, mi sembra più che mai costruito in base ai principi ispiratori della moderna economia: la funzionalità e la comodità. Le sole azioni "mediocri", quelle cioè che non portano con sè nessuna conseguenza e che quindi non abbisognano di nessun atto di responsabilità, sono interamente umane (cioè l'uomo le attribuisce a sè stesso), quelle malvage o benevoli hanno origine al dì fuori dell'individuo, in entità altrettanto "buone o cattive".

IV. L'uomo cerca risposte anche dove non le può trovare.

V. Meglio una risposta subito che una descrizione domani. L'umanità è avida di risposte non di assimilare la capacità di comprenderle.

VI. PRIMUS: "Come debbo credere che abbia avuto origine la vita?
SECUNDUS: ".......un cerchio? un cerchio...un..."
PRIMUS: "Capisco!"
SECUNDUS: "Davvero capisci queste parole che sono così oscure pure a me che le ho pronunciate?"
PRIMUS: "No!, ciò che veramente m'importa è che sia una risposta!".

VII. Chi ci ha convinti che le risposte alle nostre domande riposano alle nostre spalle, ci attendono dietro di noi: "Chi per primo ha bisbigliato al nostro orecchio: "-PASSATO-"?.

VIII. Il presente è la fonte delle risposte più vere.

IX. Le risposte proposte dalla scienza sono forse più fantastiche dei miti stessi: ricorre in esse più spesso la parola "caso" che la parola "progetto".
"Perchè deve sembrare così inammissibile la frase -L'uomo è frutto di innumerevoli errori-? Solo un branco di presuntuosi può protestare e costruirsi un'origine ad -hoc".

X. Una sola parola mi frulla insidiosa nella testa, vaga rimbalza in cerca di un senso che forse non ha mai avuto: CASO. Che cosa significa: "...ciò è determinato dal caso" ? ...E la libera scelta ?
Legge e caso, due termini che hanno significato in una sola prospettiva, in una sola dimensione, in un universo che contenga dentro di sè la propria ragione d'esistere, dove ogni cosa esiste in funzione di..., esiste perchè...
L'altro è un universo vuoto dove tutto esiste e basta, i motivi sono solo umani, le ragioni sono figlie dell'uomo. Nè legge nè caso hanno alcun significato poichè non esiste armonia prestabilita alla quale essi debbano corrispondere. L'esistenza non necessita di giustificazioni, la Volontà le dona.
Un universo privo di significato; un uomo pronto a donarglielo. Un universo di interpretazioni che muoiono con il loro creatore.

XI. Dio è uno dei tanti "sensi"...come tale frutto del nostro creare.

XII. La mia è solo un'interpretazione, una delle tante, come tale non rivendica affatto ciò che si chiama "verità".(Non temiamo di dire ciò che altri hanno già detto).

XIII. La verità esiste ed ha valore soltanto in un universo che si presume oggettivo e quantitativo, dove un'affermazione è più o meno vera a seconda che sia più o meno verificata dai fatti, ma in una dimensione qualitativa essa si dissolve in una miriade di prospettive.

XIV. La quantità e la qualità non sono due dimensioni complementari in uno stesso universo bensì l'una (la quantità) è un caso particolare dell'altra (la qualità): una è parte dell'altra.
La quantità è una delle prospettive qualitative: la quantità numerica di un gruppo di persone è una delle qualità del gruppo stesso.

sabato, novembre 12, 2005

Keep up with the Jones

Keep up with the Jones I say no! -pardon?- Say no!!
He waved me back I say no! -pardon?- Say no!!
Some way or other I'll get by ooh! ooh! Yeah!

When I'll feel the sound of love...

Earn! Babe earn! I say no! -pardon?- Say no!!
How many people have you killed? I say no!!
Burn! Babe burn! go and get some wine ooh! Yeah!

The government seems to be leaning to the right!

I got... a question to ask
I got...some blood to give
I got...a dream to defend
But I've fallen into someone's hands

'Nd I got...my nerves in shreds
I got...a racing car
I got...a wine stain
We averaged two hundred miles a day.

When I told him I'd been sacked He didn't turn a hair
To let my hair grow He says no! -pardon?- no!!
You live on the borders of society
You had better go for your family

'Nd I got...a line to write
I got...a rule to break
I got...my first steps to take
'Cause winter's comin on apace

I got...track left by car
I got...hurricanes in my mind
I got...my wings to spread
May I join your party now?

martedì, novembre 08, 2005

Quando volterai pagina...

Quando volterai pagina
sprofonderò
nella parte buia dei tuoi occhi,
in frantumi
la mia immagine di vetro
sotto il peso delle parole.

Quando volterai pagina
ti ritroverai
solo un istante più vecchio,
nulla avrà scalfito
la tua eterna solitudine,
solo la polvere.

Quando volterai pagina
avido di nuove frontiere
cercherai l'impossibile:
Ciò che tu stesso ti neghi
nelle fessure della mente,
nel mio corpo scavi.

Quando volterai pagina non ti tratterrò,
due istanti delle nostre vite
sono bruciati insieme,
con le mani sporche di cenere
ci allontaniamo su ignoti sentieri.

Quando volterai pagina
forse troverai un foglio bianco,
un muro contro il quale ti frangerai,
scrivici qualcosa ora
...finchè puoi.

sabato, ottobre 29, 2005

Rimani come un bimbo

Rimani come un bimbo
se vuoi cantare con me,
rimani come un bimbo:
Per favore non cercare di capire
se non sei nauseato
da questo mondo.

Prima dell'alba c'è sempre un tramonto,
prima della vita c'è sempre la morte
e mi sento così stanco
ma c'è qualcosa dietro la porta...

C'è una strada troppo lunga
perchè tu possa percorrerla:
Conduce qui, davanti alla porta,
passato e futuro
convergono nell'attimo;
Senza senso il circolo infinito,
oltre la porta
per tornare di nuovo qui.

Rimani come un bimbo,
dai un valore alla tua vita:
Crea un mondo
dove ogni cosa è così
come tu la vuoi,
perchè tu la vuoi.
Crea un mondo sulla tua volontà.
Fai sorgere un mondo dalla tua volontà.

domenica, ottobre 23, 2005

Una strada persa da troppo tempo

Voglio vederti piangere
quando capirai che è troppo tardi
per ritornare sui tuoi passi;
Voglio vederti cercare
disperatamente di distruggere
ciò che hai costruito.
Troppe volte ti ho chiesto
di affondare i tuoi passi
con tutta la tua forza e lasciare
un'impronta, distinta sul sentiero:
Troppe volte hai danzato
con passo leggero temendo
di ferirti.
Voglio vederti piangere
quando voltandoti
non vedrai alcun segno sul tuo cammino;
voglio vederti cercare
disperatamente una strada
persa da troppo tempo
...da troppo.
Affonda i tuoi passi
con tutta la tua forza
cosicchè giunto al termine
del tuo viaggio potrai girarti
e riconoscerti dai tuoi passi:
solo i ladri e i timorosi
vengono con passi leggeri
lungo un sentiero
perso da troppo tempo
...da troppo.
Voglio vederti piangere
ma se potrò ti allungherò la mano.

venerdì, ottobre 21, 2005

Il segreto dei giganti

Travolto da un fluido nero caddi nel bianco e vi rimasi appiccicato: dalla goccia dell'inchiostro in cui dormivo, ora mi trovavo su di un foglio bianco,senza speranza di potermi rialzare e ritornare in quello strano e denso fluido che rappresenta il mare di possibilità che ognuno ha nel proprio fodero.
Da qui nulla ha un senso, le parole sono solo fiumi d'inchiostro dal corso sinuoso e ipnotico: tutto è estremamente piatto ma intensamente profondo.
"Da qui o dalle stelle la sensazione è la stessa" mi dice un granello di polvere, una voce flebile dietro di me.
So che qualcuno lassù si sta sforzando di scrivere e qualcun'altro si sforzerà di leggere: sembra così strano che questa strada d'inchiostro possa essere letta, possa essere capita: "Sarà solo questione di distanza, certo bisognerà trovare quella giusta!".
Decidiamo di percorrere una di quelle vie poichè al fondo vediamo seduto un gigante.
Riconosco le lettere di un corsivo molto elementare, la scrittura di un bambino, ed insieme ci meravigliamo che conosca questa parola che per noi ha ormai perso ogni significato - "perchè?".
"Hanno sempre bisogno di certezze" mi interrompe il gigante, "domande, domande, è proprio l'unica cosa che sanno fare?" chiedo io. "Taci!" grida il granello di polvere "...anche tu sei uno di loro, non ti stai forse interrogando?".
Piange: "Oh no! L'ho fatto anch'io di nuovo".
Comincio a capire, che senso ha chiedere ormai, che senso ha mai avuto: "Non m'importa!".
"Qui - dice il gigante - non ho bisogno di domande, non ho bisogno di certezze, non ho bisogno di risposte".
"Ne sei certo?" chiese lo scettico che attratto dalla discussione si era avvicinato. "Sei certo di quello che hai detto?".
"Non ricordo - rispose il gigante - non ricordo niente di quello che ho detto!".

Un lampo improvviso nella mia mente, il granello di polvere lo vede nei miei occhi: "Ora lo sai - disse - questo è il segreto dei giganti: quelli che non hanno memoria. Senza memoria nessuna certezza ha senso, la memoria ci costringe a vivere nel passato, poichè è nel passato ogni fonte dei perchè; senza memoria si vive dell'eterno presente, dove tutto è dubbio, dove tutto è possibile, dove tutto scorre senza senso, senza perchè.
Ecco laggiù, è l'attimo senza passato!".
Travolto dall'eccitazione della scoperta e dalla convinzione di essere prossimo al segreto dell'esistenza, lo interrogo: "Dov'è ? Dove laggiù ? Dov'è l'attimo eternamente presente ?"
"Non so, non ricordo più !" rispose il granello di polvere.

domenica, ottobre 16, 2005

Babe Blue

Mele e arance
hanno dipinto quel volto
dell'unica superstite
alla distruzione mentale,
in un letto di bambù
è cresciuta Babe Blue,
a piedi nudi
negli angoli del cielo
su nuvole color porpora
ha lasciato gli occhi.

Ha spento la luce
vent'anni fa,
immersa nella goccia
che cade dal fiore,
Babe Blue
non aprire i tuoi occhi,
le immagini svanirebbero,
Babe Blue non respirare,
con te se ne andrebbero
le ultime grida del passato,
Babe Blue fammi entrare,
fammi entrare...
fammi entrare...
fammi entrare...

mercoledì, ottobre 05, 2005

Quella canottiera rossa

(Sarà una grande opera
mi dico,
ci credo per qualche minuto;
Domani leggerai:
Niente di speciale)
Se dicessi:

"Great!", frazioni di tempo
mi sussurro
grande lavoro nel quale tu
scruterai invano sensi
...amore o bellezze;
Di nuovo minuscolo
piangerò incomprensione,
ma tutto questo
domani...
Grande poeta papà
...o...
Che cazzo è 'sta roba?
Brutta parola,
sconveniente,
non ti piace...ma cosa ti piace?
Che cosa Vi piace?
La distruggo o no
eppure l'ho scritta,
ma ci credo?
O non riesco a fermare la penna,
o non mi viene nient'altro:
Allora non varrei niente.
E' così importante?
Forse è vitale valere qualcosa?
Ma è un dialogo o una poesia?
Inventerò qualche risposta,
Ora ho solo il naso tappato,
divertente!
Ho un tavolino di marmo

una finestra con tendine
bianche e bianchi desideri,
(forse si risolleva,
poche strane frasi)
Bianchi fogli
rossi amori, rossa
canottiera rossa e rosa
seni rosa e bianchi
bianche lenzuola o a fiori
o veri fiori, erba, prati,
fienili, boschi,
sentieri che entrano nel cuore
della montagna,
sentieri che entrano nel tuo cuore,
nel tuo corpo.
Sbucciamo arance, dopo,
saltiamo torrenti
leggeri ora sui sassi,
non gli stessi sassi
sul tetto rotolavano,
felici per la scoperta
ragazzi svegli e svelti,
non così le nonne
dicono tra le dentiere
di non dormire mai,
il vero sonno è troppo vicino,
ma lasciano i nipoti
la notte fuori, a bussare,
loro, ghiri in letargo,
scoiattoli che attraversano sentieri,
balzano su pini mattuttini
spaventano la rossa canottiera
di notte, nei silenzi
urla di mucche
nello spazio e nel tempo
vicine alla morte,
lontane dai respiri umidi
e ritmici

di corpi finalmente soli,
lavati da bagni di sale notturni,
protetti da una tenda materna,
da polverosi solai
e finestre indiscrete
su ristoranti di porci
che saccheggiano anche la montagna
dove ancora il sole e le nuvole
e abeti e amore
e sesso di canottiere rosse
ci accolgono.
E domani archi,
focolari e poltrone
betulle e vasche da bagno
con piedini d'ottone,
sacchi a pelo
e nasi di cani umidi e curiosi.
Tutto in una stretta di mano
notturna in letti lontani,
sorvegliati da dormienti.
Tutto in un eterno e immobile
meriggio estivo:
Bianco e rosso si sfiorano,
fingono accademici dialoghi,
monologhi mascherati,
vecchi e decrepiti,
non così gli sguardi
già puntati su quelle
rosse canottiere avide
di promesse e viaggi,
certezze e spalle per piangere,
rifugi su rocce inespugnabili
lontane dai ricordi
e dalla violenza di abiti strappati;
case antisismiche
di sudati mattoni
e debiti e amore.
E musica e disperazione
di serate di noia

di parchi di cipressi
dove cadono lacrime di rabbia
per "California on my mind";
di vane ricerche
di estranei visi ed esperte mani,
contributi a psichedelici progetti.
Speranze di chi sognava
il flower-power,
bancarelle di ricordi,
borse di corda,
sandali da schiava,
e serate di porto,
libri di kerouac,
gonne a fiori,
piantagioni di asparagi
e moto "stars 'nd stripes",
chitarre e ritmi ancestrali
e lontananze di fili telefonici,
mercatini delle pulci,
sacchi a pelo,
capelli lunghi
e canottiere rosse.

E' andata meglio del previsto
ma devo farmi due spaghetti,
aspettare il crepuscolo
nell'anticamera della morte,
dove facile è impazzire
nel puzzo dell'angoscia e solitudine
per chi non ha
e non avrà mai
quella rossa canottiera.
Gente square
che entra ed esce
solo un po' più verde
e copre il fetore col deodorante.
Riciclaggio di carne macera,
deposito d'immondizia

dove i custodi hanno un solo dio,
come tutti,
"keep up with the Jones !".
Sono troppo arrabbiato,
arrrrrrrrabbbbbbiatoooo,
stasera tornerò a casa,
I gonna go home.